Innanzitutto, dove ha sede la memoria, o meglio le memorie? Studi avanzatissimi hanno permesso di evidenziare che le memorie sono il frutto di attività di varie strutture del cervello.
L’area temporale, specie nell’emisfero destro, si attiva nella memorizzazione motoria; l’area dell’ippocampo (la più interna del cervello) registra la memoria di tipo spaziale; sempre nell’area più interna del cervello, in una zona detta amigdala, si verifica il recupero della memoria emotiva; quella verbale è posta nella corteccia frontale dell’emisfero sinistro; quella spazio-temporale associata (il dove e il quando) nella corteccia frontale destra e sinistra; la memoria visiva si colloca a livello del lobo occipitale; quella dei suoni e delle melodie nel lobo occipitale destro.
Anche se alcune memorie sono il frutto dell’attività cerebrale perlopiù dell’emisfero di destra e altre di quello di sinistra, le due metà del cervello sono interdipendenti e si integrano a vicenda.
Il processo di memorizzazione avviene attraverso i neuroni e le sinapsi. Esistono due tipi di memoria: a breve termine e a lungo termine. La prima è quel tipo di memoria legata al contingente (la lista della spesa, un numero di telefono occasionale, le attività da svolgere nell’arco della giornata), i cui contenuti vengono presto dimenticati. Tuttavia, se per esempio ripetiamo un numero di telefono più volte, esso passa nel reparto della memoria a lungo termine, preposta all’apprendimento dei concetti e a costituire il nucleo delle nostre memorie più significative.
Ogni esperienza attiva una stimolazione elettrica che viaggia attraverso l’assone della cellula nervosa fino alla sinapsi, dove esso si collega con un altro neurone o con più neuroni. Le sinapsi vengono così messe in attività e liberano il proprio mediatore chimico. Questo potenziamento di attività elettrica permette la memoria a breve termine. Se però detto potenziamento viene rinforzato (con la ripetizione dello stimolo), a livello di sinapsi si instaurano delle modificazioni permanenti e si producono, grazie a particolari proteine, nuove sinapsi e nuovi microcircuiti. È proprio questo processo che permette di passare alla memoria a lungo termine, quella dei ricordi. La memoria è tanto più forte quanto più interagisce con altri fattori che la comprendano, la completino e la giustifichino: l’interesse, l’emozione, la motivazione, la conoscenza di altri elementi.
Memoria motoria
La memoria che immagazzina tutte le informazioni utili al movimento si definisce genericamente memoria motoria. Essa permette di formare l’immagine cinematica del gesto, ossia di «immaginare», a livello cerebrale, la sequenza spaziale dei movimenti e le posizioni che le diverse parti del corpo, impegnate nell’azione, assumeranno nello spazio, come in una ripresa filmata; inoltre consente di organizzare successivamente il giusto ritmo esecutivo da imporre al gesto stesso, in modo che la semplice immagine cinematica diventi rappresentazione cinestesica e, attraverso il gioco della contrazione delle fibre dei muscoli agonisti e del rilasciamento degli antagonisti (controllo del gesto), al momento dell’esecuzione vera e propria, siano coordinate le esatte sinergie e siano eliminati i tempi morti e le azioni frenanti, affinché il gesto risulti il più economico dal punto di vista della spesa energetica e, al tempo stesso, il più redditizio e facile da eseguire.
L’apprendimento
La memoria da sola non basta per determinare l’apprendimento. È questo un fenomeno ancora più complesso, distinto in tre livelli di cui solo il primo è costituito dai processi mnemonici. Per afferrare il significato e le relazioni fra i dati memorizzati occorre attivare il secondo livello, quello della comprensione, che permette di capire i principi che stanno alla base di concetti o problemi. Affinché l’apprendimento sia efficace si deve però raggiungere il terzo livello, quello della riflessione, che porta poi al ragionamento, alla memoria a lungo termine e alla capacità di estendere ad altri ambiti ciò che si è appreso.