Preveniamo i pericoli in acqua

La gioia e il divertimento che nascono dal contatto con l’acqua, la possibilità di giocarci, di tuffarvisi, di schizzarsi, di nuotare, di immergersi, rendono questo elemento una vera calamita, e non solo quando la canicola incombe. Acqua di mare, di fiume, di lago, di torrente, di piscina… in quanti modi si può godere di essa! Ma entrare in acqua può anche essere pericoloso: per questo è necessario imparare a conoscerla, rispettando le idonee condizioni di balneazione. Solo così si possono prevenire incidenti sgradevoli, pericolosi, a volte mortali. Allo stesso modo è importante sapere quali emergenze si possono verificare in acqua e che cosa si deve fare per prestare soccorso a chi è in difficoltà.

Prima di fare il bagno

Fare il bagno significa prima di tutto considerare una serie di fattori, sia esterni che interni, che potrebbero rendere poco piacevole, se non addirittura pericolosa, la nostra sosta in acqua. I fattori interni riguardano il nostro corpo, come ci sentiamo, che cosa abbiamo ingerito. Per la precisione dobbiamo star attenti:

  • alla digestione: prima di tuffarci dobbiamo considerare che questo è vivamente sconsigliato entro 3 ore dalla consumazione dell’ultimo pasto; il tempo di attesa prima del nostro ingresso in acqua è destinato a protrarsi nel caso in cui abbiamo mangiato cibi pesanti (i grassi saturi del burro, delle pietanze fritte, dei salumi, o alimenti eccessivamente proteici).
  • all’ingestione di alcol e sostanze stupefacenti: se abbiamo ingerito discreti quantitativi di alcol (birra compresa) o se abbiamo fatto uso di sostanze stupefacenti euforizzanti, stimolanti o deprimenti che siano, non dobbiamo fare il bagno. Dell’assunzione di queste sostanze potrebbero risentire infatti sia la nostra percezione del pericolo, sia i nostri riflessi, che risulterebbero meno pronti; è inoltre da mettere nel conto la possibilità di una depressione respiratoria, per l’azione che esercitano sui centri nervosi del respiro. Nel caso si debba provvedere a rianimare un soggetto in queste condizioni, le possibilità di riuscirvi sono notevolmente diminuite da questo quadro;
  • a come ci sentiamo: essere stanchi o indisposti è una condizione che ci indebolisce e ci mette quindi in potenziale pericolo. Il presentarsi di cefalee e brividi di freddo deve subito dissuaderci dal proposito di fare il bagno.

Vi sono poi situazioni esterne, cioè dipendenti dall’ambiente, che chi vuol fare il bagno deve assolutamente considerare:

  • la temperatura dell’acqua, dell’ambiente e del proprio corpo: in estate, su una spiaggia di sabbia fine e chiara, i raggi del sole, riflessi dall’acqua e dalla sabbia, acquistano una forza maggiore che può provocare un aumento della temperatura corporea del bagnante, specialmente a livello del capo. In situazioni come questa dobbiamo assolutamente evitare il tuffo repentino nell’acqua, che spesso ha una temperatura di molto inferiore a quella corporea, anche della metà. Uno shock termico, dovuto all’abbassamento della temperatura (con conseguente idrocuzione, una perdita di coscienza che segue l’entrata in acqua, accompagnata da arresto cardiaco e blocco respiratorio), può causare la morte. Per fare il bagno dobbiamo prima abbassare la temperatura corporea, per esempio stazionando per qualche tempo all’ombra, e comunque far precedere il bagno da una doccia o da un’entrata progressiva nell’acqua, bagnandoci preventivamente capo e addome;
  • l’approssimarsi di cambiamenti meteorologici come il vento e i temporali: questi mutamenti atmosferici affaticano notevolmente e in breve tempo il bagnante. In caso di temporali, spesso improvvisi, esiste l’eventualità di essere colpiti da fulmini, se ci troviamo dentro o troppo vicini all’acqua. Il vento, specie se spira da terra, può trasportarci verso il largo, con prevedibili difficoltà per il rientro. L’affaticamento muscolare che ne deriva può determinare l’insorgere di crampi, spossatezza, panico a ulteriore, grave complicazione;
  • l’inquinamento dei luoghi scelti per la balneazione: l’inquinamento può causare danni a livello sia dermatologico sia gastroenterico.

L’osservazione di queste regole non può tuttavia garantire ancora la sicurezza del bagnante. Tante volte l’imprudenza, al superficialità, la presunzione diventano pesanti fattori di rischio che possono coinvolgere anche chi poi deve provvedere al soccorso. Vi sono dunque altri importanti elementi che vanno considerati prima di fare il bagno.

In acque aperte



  • Bisogna ottenere indicazioni sulla zona d’acqua in cui si intende fare il bagno: com’è il fondo (melmoso, con piante acquatiche, sassi, pietre, scogli, sabbia, depressioni improvvise); se ci sono particolari correnti o zone si gorgo; se ci sono detriti, tronchi affioranti, strutture rigide nascoste sotto il pelo dell’acqua, scogli a bassa profondità; se ci sono dighe o chiuse nelle vicinanze; se in quella superficie d’acqua confluiscono altri corsi;
  • se non si è capaci di nuotare, non allontanarsi dalla zona in cui si può essere raggiunti sicuramente e facilmente, evitando di utilizzare materassini o braccioli per spingersi al largo; prestare attenzione ai «giochi d’acqua», spesso eccessivamente scomposti e incontrollati (tuffi dalle spalle dei compagni, lotte, spingersi sott’acqua ecc.);
  • se si è capaci di nuotare, non si deve strafare; bisogna conoscere bene la propria resistenza e il proprio carattere (se si è un tipo ansioso, iperattivo, tranquillo) e naturalmente le caratteristiche della zona d’acqua dove si nuota. In ogni caso non allontanarsi troppo; sarebbe comunque opportuno non avventurarsi mai da soli in acqua.

In acque chiuse (piscina)



  • Non correre, spingere, rincorrersi sul bordo vasca;
  • quando si entra in acqua e si nuota si deve fare attenzione a non scontrarsi con gli altri;
  • non schizzare né giocare pericolosamente, non ridere e/o sguazzare sguaiatamente, con il rischio di ingerire improvvisamente boccate d’acqua con spiacevoli conseguenze;
  • non entrare con gomme o caramelle in bocca perché possono finire con l’ostruire le vie respiratorie (questo vale anche per le acque aperte);
  • prestare attenzione ai punti di pericolo che possono essere presenti a bordo vasca (ganci, ciabatte, tavolette ecc.);
  • non esercitarsi in apnea senza prima aver allertato qualcuno, meglio ancora il bagnino;
  • non utilizzare in modo improprio gli attrezzi natatori (tavolette, cilindri ecc.).

Il rapporto numerico tra i bagnini e i bagnanti rende il bagno in piscina sicuramente meno pericoloso che in acque aperte. Tuttavia anche in piscina è fondamentale che ciascuno segua autonomamente le regole di prevenzione riportate.

Per issare la vittima su un bordo vasca o su un natante Quello sotto descritto è un buon modo per issare la vittima incosciente (ma non con trauma cranico/vertebrale) sul bordo vasca o su un natante. Si esegue così:

  • il soccorritore pone le mani della vittima e (se possibile) gli avambracci incrociati sul bordo e li tiene fermi con una delle sue mani, sincerandosi che la bocca della persona soccorsa sia fuori dall’acqua;
  • la issa poi sul bordo;
  • incrocia le braccia e afferra i polsi dell’infortunato. L’incrocio permetterà, nel momento in cui viene issato, di rigirarlo con il dorso al bordo per poterlo poi sdraiare supino su un piano rigido e procedere con la rianimazione cardiopolmonare.

Presa alle ascelle e alle braccia Consente al soccorritore di non essere affondato dai movimenti caotici del bagnante. Il soccorritore muove le gambe a bicicletta o a rana da una posizione seduta.

Presa al petto Il braccio del soccorritore non preme punti delicati vicino al collo della vittima, passando sotto l’ascella o sopra la spalla. Il capo dell’infortunato poggia sulla spalla del braccio reggente del soccorritore. Egli nuota utilizzando lo stile su un fianco o sul dorso.

Presa al mento Il soccorritore tiene alto con una mano il mento dell’infortunato, permettendogli la liberazione delle vie aree, e gli pone l’altra fra le scapole, nuotando da seduto con le gambe che si muovono a rana o a bicicletta.

Presa con vittima cosciente La vittima si pone sul dorso e si afferra alle spalle del soccorritore che nuota a rana a testa alta. Questa tecnica può essere usata solo nel caso in cui la vittima non sia agitata o incosciente.

Le tecniche di salvamento

Le tecniche di salvamento si apprendono frequentando appositi corsi. Non è infatti sufficiente saper nuotare bene per recuperare un bagnante in difficoltà. Tuttavia, ricordando che l’intervento più appropriato è quello del personale adibito al salvamento, può essere utile conoscere qualche rudimento di tale tecnica che ci può aiutare a fronteggiare un’emergenza. Se si è inesperti bisogna evitare di avvicinarsi al bagnante, specialmente se si dibatte. È meglio limitarsi a porgergli oggetti a cui si possa aggrappare. Se proprio ci si deve avvicinare bisogna farlo da dietro cercando di mantenergli il viso fuori dall’acqua.

Vi sono alcuni accorgimenti che si possono seguire in caso di emergenza:

  • se siamo in piscina, prima di tuffarsi si può raggiungere a bordo vasca il punto più vicino all’accidentato;
  • se è possibile usufruire di salvagente o aste e la vittima è cosciente e abbastanza vicina, evitare di tuffarsi porgendogli gli attrezzi;
  • se la persona ha perso i sensi o ci si accorge che un apneista non è riemerso, è bene tuffarsi senza indugio, anche vestiti;
  • nel caso ci si accorga di un’emergenza bisogna richiamare subito l’attenzione di altri;
  • in caso di trauma o sospetto trauma cranico o vertebrale bisogna usare sempre una tavola spinale. Quest’ultima è una tavola che serve a mantenere stabilizzata la colonna vertebrale. Per il soccorso acquatico è munita di galleggianti;
  • se si è inesperti bisogna evitare di avvicinarsi al bagnante, specialmente se si dibatte: è meglio limitarsi a porgergli oggetti a cui si possa aggrappare. Se proprio ci si deve avvicinare bisogna farlo da dietro cercando di mantenergli il viso fuori dall’acqua.

Le prese

Vi sono modalità per afferrare la vittima che riducono al minimo il rischio per il soccorritore di essere sopraffatto dal panico dell’incidentato. Tali prese, idonee per dare la possibilità alla vittima di respirare nel modo migliore, sono appannaggio di personale esperto ma possono essere un’utile indicazione anche per buoni nuotatori che si trovano a fronteggiare un’emergenza. Vediamo quali sono le prese più comuni.

Per issare la vittima sul bordo vasca o su un natante

Quello sotto descritto è un buon modo per issare la vittima incosciente (ma non con trauma cranico/vertebrale) sul bordo vasca o su un natante. Si esegue così:

  • il soccorritore pone le mani della vittima e (se possibile) gli avambracci incrociati sul bordo e li tiene fermi con una mano, sincerandosi che la bocca del soccorso sia fuori dall’acqua;
  • si issa poi sul bordo;
  • incrocia le braccia e afferra i polsi dell’infortunato. L’incrocio permetterà, al momento dell’issata, di rigirarlo con il dorso al bordo per poterlo poi sdraiare supino su un piano rigido e procedere con la rianimazione cardiopolmonare.

Presa alle braccia o ascelle

Consente al soccorritore di non essere affondato dai movimenti caotici del bagnante. Il soccorritore muove le gambe a bicicletta o a rana da una posizione seduta.

Presa con vittima cosciente

Il pericolante si usa sul dorso e si afferra alle spalle del soccorritore che nuota a rana a testa alta. Da usarsi nel caso in cui la vittima non sia agitata o incosciente.

Presa al mento

Il soccorritore tiene alto con una mano il mento del pericolante permettendogli la liberazione delle vie aree e gli pone l’altra fra le scapole, nuotando da seduto con le gambe che si muovono a rana o in bicicletta.

Perdita di coscienza e annegamento

Le cause della perdita di coscienza possono essere di varia natura: respiratoria, ipotensiva (abbassamento pressorio troppo marcato e improvviso), cardiaca, neurogena (per esempio dovuta a epilessia o compressione cerebrale conseguente a traumi), da idrocuzione, da trauma, da apnea prolungata, da ipotermia (abbassamento eccessivo della temperatura corporea). Un evento molto frequente è la perdita di coscienza per idrocuzione: in essa si determina un arresto cardiorespiratorio che può essere anche la conseguenza di una eccessiva stimolazione dei centri termoregolatori e respiratori. La sincope (perdita improvvisa e transitoria della coscienza) può essere provocata da un tuffo troppo violento che traumatizza le prime vie respiratorie o uditive (timpano), l’addome, i genitali.

Anche l’eccessiva differenza di temperatura fra l’acqua e il corpo può generare la sincope, come pure l’entrata in acqua in piena digestione. Nelle varie cause di perdita di coscienza, l’arresto respiratorio può precedere quello cardiaco e viceversa; generalmente nell’idrocuzione è l’arresto cardiaco a precedere. Questo è da tenere presente nell’intervento di primo soccorso: nell’idrocuzione sarà perciò il massaggio cardiaco a essere effettuato immediatamente poiché la respirazione continua per qualche attimo ancora dopo l’arresto cardiaco. Se è l’arresto respiratorio a precedere, si ricorre alla respirazione assistita. In caso di arresto cardiorespiratorio bisognerà procedere con la rianimazione completa. Quando cessa l’attività respiratoria e/o cardiaca l’acqua, aspirata nei polmoni, occupa lo spazio necessario agli scambi respiratori che avvengono a livello degli alveoli, la vittima entra in asfissia (situazione in cui l’ossigenazione del sangue e quindi dei tessuti viene a mancare): si crea perciò il quadro dell’annegamento.

Da una carenza di ossigeno, se non si interviene rapidamente, si passa a un’anossia generale, con danni neurologici irreversibili al cervello che intervengono nel giro di pochi minuti (4-10 minuti). L’ingresso dell’acqua nei polmoni, sia dolce che salata, danneggia sempre fortemente degli organi e, se la persona è cosciente, è necessario che venga ricoverata in ospedale. In conseguenza dell’annegamento in acqua dolce clorata gli alveoli polmonari si rompono; vi è passaggio di acqua nel sangue e conseguente sua diluizione e aumento di volume di liquido circolante (ipervolemia). La diffusione di acqua arriva agli stessi globuli rossi distruggendoli (emolisi). A questo punto l’ossigeno non può più essere trasportato. Se l’annegamento avviene in acqua di mare, elevate quantità di acqua passano dal sangue agli alveoli; i polmoni si riempiono d’acqua e si sviluppa un edema polmonare. Si determina così un’importante carenza di ossigeno che può giungere fino all’anossia. Nell’annegato non è il solo cervello a subire danni irreversibili, ma anche gli altri organi: si può determinare insufficienza renale, alterazione della coagulazione, aumento oltre il lecito dell’acidità del sangue (eccessiva diminuzione del pH, incompatibile con la vita).

Come si interviene sulle vittime di annegamento

Le possibilità che una vittima da annegamento possa sopravvivere sono legate a diversi fattori:

  • alla tempestività del soccorso;
  • al tempo di permanenza in acqua;
  • alla temperatura corporea. Infatti, se la temperatura è scesa (ipotermia), soprattutto a causa di immersione in acqua fredda, tutte le funzioni fisiologiche vengono notevolmente rallentate e il diminuito fabbisogno di ossigeno ritarda l’insorgere di ipossia e anossia.

L’annegato può aver aspirato acqua, presentare difficoltà respiratorie, cianosi, arresto respiratorio, arresto cardiorespiratorio. In ogni caso è necessario intervenire come segue:

  • trasportare a terra la vittima, già eseguendo in itinere, se è il caso e se è possibile, la respirazione assistita;
  • una volta a terra posizionare il paziente su un piano rigido, tenendo sempre presente che l’annegato può aver subito danni cranici o vertebrali, per esempio in seguito a un tuffo in acqua bassa o contro un oggetto sommerso (scafo, scoglio, masso ecc.). In questo caso il posizionamento della vittima deve avvenire mantenendo l’allineamento fra testa, collo, busto, senza iperestensione della testa;
  • eseguire le manovre di rianimazione secondo la BLS ed eventualmente usare il defibrillatore.

Difetto di temperatura

L’acqua ha un’elevata conducibilità termica, 25 volte superiore a quella dell’aria. Stare fermi nell’acqua provoca dunque risposte di freddo molto più veloci e intense che stare fermi fuori di essa, a parità di temperatura esterna. La temperatura che viene sopportata meglio dal nostro corpo va dai 26 ai 30°C. Anziani e bambini sono i soggetti più sensibili alla temperatura. L’immersione in acqua fredda provoca reazioni decise a carico degli apparati respiratorio e cardiocircolatorio:

  • vasocostrizione cutanea per inviare più sangue e mantenere più caldi gli organi interni;
  • aumento della frequenza respiratoria e talora sensazione di blocco respiratorio;
  • aumento della frequenza cardiaca anche oltre il 50%;
  • aumento della pressione arteriosa e venosa, con sovraccarico del lavoro del cuore e conseguente rischio di infarto;
  • rischio di sincope;
  • rischio di congestione.

I soggetti recuperati in acqua in stato di incoscienza e in ipotermia sono sottoposti alla BLS con eventuale uso del defibrillatore. La BLS ha ottime possibilità di riuscita dal momento che l’ipotermia, rallentando le funzioni fisiologiche, rallenta anche la necessità di ossigeno. Dunque anche dopo una lunga permanenza nell’acqua le possibilità di sopravvivenza sono molto elevate.

Torrentismo in sicurezza

Il torrentismo è una forma di escursione sportiva che consiste nel discendere a piedi torrenti e piccoli ruscelli che scorrono per lo più incassati fra le rocce. In Francia e in Spagna è diffusamente praticato già dalla seconda metà degli anni Settanta. In Italia ha raggiunto una certa notorietà solo negli anni Novanta. Il nostro territorio offre molte opportunità alla pratica di questo sport: Piemonte e Lombardia detengono il record dei percorsi descritti (una trentina solo nella zona del Lago di Como), ma anche in Abruzzo, Sardegna, Calabria, Friuli ed Emilia Romagna sono tanti i corsi d’acqua che si prestano a una discesa. La particolarità dei corsi d’acqua nei quali si pratica questo sport è di non avere ai lati rive percorribili. Se le sponde non sono percorribili, significa che i versanti si presentano per lo più verticali e rocciosi e che la discesa (in gergo si chiama progressione) può avvenire solo nel greto del torrente. La progressione del torrentista consiste in passaggi attraverso gole o canyon e forre (gole molto strette, quasi invisibili dall’alto, nelle quali spesso la luce del sole non riesce a penetrare), arrampicate fra massi e pareti, guadi, tuffi, vere e proprie nuotate nelle polle profonde, «scivolate» ecc. senza mai abbandonare il letto del corso d’acqua. Spesso nelle gole si aprono salti e cascate, che possono essere superate solo utilizzando le attrezzature specifiche dell’alpinismo e della speleologia, discipline a cui il torrentismo è molto vicino e dalle quali ha mutuato la tecnica, pur distinguendosi dal primo perché il torrente è percorribile prevalentemente in discesa invece che in salita, dalla seconda perché si fa all’aria aperta e non nelle viscere della terra.

Da quanto abbiamo detto risulta chiaro che il torrentismo è uno sport che richiede la padronanza di tecniche specifiche e che si avvale di un’attrezzatura particolare. Chi ha già esperienza di alpinismo è sicuramente avvantaggiato, soprattutto nel superamento dei passaggi più difficili, quando, per aggirare l’impossibilità di proseguire nel torrente, si sfruttano le pareti in cui esso scorre incassato. Oltre alla tecnica, per praticare il canyoning sono necessari un’ottima preparazione fisica, una buona acquaticità (abbiamo detto che talvolta è necessario nuotare), assenza di vertigini e coraggio. Fondamentale è la conoscenza del territorio attraversato dal corso d’acqua, che serve per individuare gli accessi al torrente, il dislivello, l’andamento della gola, eventuali sentieri da utilizzare come vie di fuga ecc. Allo scopo si usano cartine topografiche in scala 1:50.000 (o superiore) con curve di livello ogni 20 metri. Bisogna conoscere anche lo stato delle acque, cioè la portata del torrente nel momento in cui si effettua la discesa. Ricordiamo in proposito che le difficoltà tecniche non vengono misurate con il numero e l’altezza dei salti da scendere ma con la quantità di acqua presente. Se è eccessiva, si corre il rischio di venire travolti dalla corrente. Se è scarsa, si devono evitare i tuffi. Prima di effettuare una discesa è dunque necessario informarsi sulle condizioni meteo per evitare piene improvvise o altre situazioni pericolose. Il torrentismo è comunque uno sport stagionale, che si pratica nei mesi più caldi (da maggio a settembre), quando la quantità d’acqua è tale da permettere di discendere i torrenti e i ruscelli senza rischi. Può essere utile anche sapere in anticipo quale tipo di roccia si troverà lungo il percorso, in modo da indossare un abbigliamento più o meno protettivo e scegliere l’attrezzatura adeguata per gli ancoraggi: la consistenza diversa delle rocce presuppone infatti tempo e difficoltà diversi anche nel piantare un chiodo di ancoraggio.

L’equipaggiamento

Considerata la particolarità dell’ambiente in cui si svolge, l’equipaggiamento del torrentista è piuttosto eterogeneo e attinge dall’attrezzatura dell’alpinismo, della speleologia e della subacquea. L’elemento base è la muta, necessaria per conservare la temperatura corporea durante le immersioni (questo sport si pratica quasi sempre in montagna, dove l’acqua è fredda anche in estate), proteggersi da graffiature e urti provocati dalla frizione sulle pareti, galleggiare e scivolare più facilmente sulle rocce lisce quando occorre lasciarsi andare. Poiché però non si è sempre immersi e per la maggior parte del tempo ci si muove e si suda esponendosi a temperature sempre variabili, è meglio indossare una muta in due pezzi con copricapo staccato così da poter prendere aria nei tratti asciutti. A differenza delle mute da sub, quelle usate per il torrentismo non devono essere troppo aderenti e permettere la massima libertà di movimento, senza alterare i sistemi di termoregolazione del corpo. Sotto la muta si indossa una maglia di lana, che aiuta a mantenere il calore qualora penetri l’acqua, consigliata anche quando si prevede che l’escursione duri molte ore. Per evitare che la muta si strappi, sopra si può indossare una tuta da speleologia in cordura, che migliora anche l’isolamento termico.

Raffreddamenti e crampi alle mani si evitano con i guanti in neoprene, che hanno però lo svantaggio di essere d’impaccio nello scorrimento delle corde. Come calzature si possono utilizzare normali scarponcini da trekking, abbastanza larghi da contenere calzari in neoprene o doppie calze di lana; oltre ad essere idonei per l’avvicinamento, gli scarponcini hanno il vantaggio di riuscire a fare buona presa anche quando sono inzuppati d’acqua. Gli scarponcini vanno allacciati con particolare cura perché getti violenti di corrente potrebbero sfilarli dai piedi. Si usano anche scarpe da speleologo o da ginnastica ed esistono anche scarpe particolari per il torrentismo. Attrezzo specifico per il torrentismo è il casco, necessario per proteggere il capo da urti violenti e dalle pietre che cadono dall’alto. È simile a quelli che si usano per l’alpinismo. Deve essere robusto, omologato da severi test di resistenza. Meglio non utilizzare quelli da kajak, che sono troppo leggeri. I caschi più pratici hanno i lacci di chiusura in fibra sintetica, che non si induriscono.

Il torrentista deve sempre indossare una particolare imbracatura, che si differenzia da quella alpinistica perché, dove le fettucce si incrociano tra bacino e cosce, presenta una struttura rinforzante a forma di mutanda, che copre il fondoschiena offrendo una valida protezione durante gli scivolamenti. All’imbracatura è agganciato un moschettone a ghiera (con molla di sicurezza, perché la vite è più difficile da maneggiare con i guanti) o un cosiddetto maillon rapide (maglia rapida), una specie di moschettone che si blocca avvitando un bullone sul ramo opposto e che non è riapribile con le mani. All’imbracatura sono agganciati anche la longe, un cordino da 9 mm lungo 40 cm, munito di moschettone, che serve per autoassicurarsi, e il discensore, attrezzo con cui si regola la velocità di discesa lungo una corda. Al posto dello zaino, il torrentista usa un piccolo sacco impermeabile nel quale tiene documenti, cibo, bevande e altri piccoli accessori come un coltello, una torcia elettrica, dei fiammiferi, una coperta in alluminio plastificato. Dell’equipaggiamento del torrentista fa parte anche il salvagente (specifico per il canyoning), utile soprattutto quando si affrontano torrenti con grosse portate d’acqua, in grado di fornire in acqua una spinta verso l’alto pari a 4 kg.

Le tecniche di progressione

Nella discesa di un torrente gli ostacoli da superare sono vari, i gesti sempre diversi ma semplici e istintivi. Si procede camminando, arrampicando, discendendo rocce, nuotando. Talvolta bisogna avanzare a quattro zampe, strisciare, scivolare, rotolarsi, immergersi, riscoprendo gesti e motricità dimenticate e inusuali ma molto utili e divertenti. È nei passaggi più difficili che il torrentista trova la maggiore soddisfazione. Invece di abbandonare il letto del torrente e aggirare con una deviazione gli ostacoli che gli si presentano, egli li affronta utilizzando le idonee tecniche di progressione.

I tuffi I passaggi più problematici sono indubbiamente le cascate. Quando il brusco dislivello del letto del torrente fa precipitare l’acqua in verticale, per continuare la progressione può essere necessario eseguire un tuffo (salto) nella pozza sottostante. Alcune volte si salta per puro divertimento. Prima di tuffarsi bisogna sempre verificare che la profondità dell’acqua lo consenta e che non vi siano ostacoli immersi come legni o massi nascosti dalla schiuma della cascata. Anche se lo stile non è molto importante, cadendo da una certa altezza è meglio saltare «di piedi», cioè con i piedi in basso. Al momento dello stacco ci si dà una spinta decisa. Durante il volo è importante non perdere la posizione verticale e di equilibrio in volo. Le gambe sono dritte ma non rigide, i piedi uniti, le braccia prima distese poi conserte per proteggere il viso nel momento dell’impatto, lo sguardo in avanti e non in basso per migliorare l’equilibrio ed evitare la facciata.

La discesa con la corda Quando il salto è rischioso e non è possibile lanciarsi, per superare il dislivello si impiegano le tecniche alpinistiche utilizzando ancoraggi per le corde. Sia l’ancoraggio che la discesa lungo la corda sono fasi molto delicate, che non vanno mai improvvisate: per impararle bisogna frequentare appositi corsi ed esercitarsi molto. Spesso si trovano ancoraggi naturali, come alberi o grandi massi, ai quali si fissa la corda. Raramente gli ancoraggi si possono realizzare con chiodi da fessura mentre più spesso si usano chiodi a espansione che, se ben fissati, offrono la massima sicurezza. La corda si fissa all’ancoraggio e al moschettone dell’imbracatura e si fa passare nel discensore. Per scendere si mette la mano sinistra sopra il discensore (serve per tenere stretta la corda) e la destra sotto (questa mano fa scorrere la corda: se si stringe, ci si ferma). Il corpo è tenuto distante dalla parete e i piedi camminano sulla roccia. Il peso del corpo è sufficiente per far scendere. Dopo la discesa va eseguita la fase di recupero della corda, controllando la traiettoria di caduta nel vuoto (soprattutto per evitare che resti impigliata).

Gli scivoli. Gli scivoli naturali scavati nella roccia dal continuo passaggio dell’acqua si superano sedendosi e lasciandosi trascinare verso valle dalla forza della corrente. Grazie all’attrezzatura protettiva che indossiamo, completa di casco, passaggi di questo tipo non comportano rischi eccessivi.

I principali pericoli

Il torrentismo, che unisce le problematiche degli sport acquatici a quelle della progressione su corda, non è un’attività pericolosa sempre che, oltre alla padronanza delle tecniche specifiche (come si è detto), si abbia un’adeguata esperienza e si proceda con buon senso. I rischi maggiori si corrono quando si ha eccessiva sicurezza nelle proprie capacità, si sottovalutano le difficoltà e vi è una scarsa conoscenza del fiume e dei pericoli che si possono verificare all’improvviso.

I principianti devono farsi accompagnare nelle prime uscite da guide alpine o fluviali. In ogni caso l’esperienza complessiva del gruppo deve essere elevata e fra i partecipanti deve sempre esservi almeno una persona veramente esperta. I pericoli maggiori sono collegati alla quantità di acqua in movimento, che può trascinare o sbattere su pietre o rocce affioranti (la cui presenza può essere dedotta grazie a un’attenta e scrupolosa osservazione).

Altri rischi non meno frequenti sono le frane improvvise, provocate da processi di degradazione fisica delle pareti rocciose che talvolta, poco protette da copertura vegetale, scaricano all’improvviso nel letto del torrente massi, terriccio e pietre. Le frane non solo sono pericolose al momento del passaggio ma anche perché sono all’origine del fenomeno dei sifoni: i grossi massi che precipitano nel torrente, e che la corrente non è in grado di spazzare via, possono creare passaggi sotterranei e stretti attraverso i quali l’acqua filtra con grande forza e che possono risucchiarci o nei quali si può rimanere incastrati. Bisogna dunque fare attenzione a non mettere mai i piedi in voragini nascoste sotto la superficie. Un rischio più banale è rappresentato dalle scivolate sulle pietre umide. L’immersione prolungata in acque gelide può causare ipotermia, con conseguente spossatezza e brividi di freddo.